Giancarlo Ferruggia

Dipinge l'anima delle cose, con eleganti velature che straripano  in arpeggi di luce, sottili intuizioni di tono, dai colori diluiti in un tempo senza tempo, pennellate dai tocchi lievi, empi di passioni lontane che riemergono dalle sue tele...

Sono queste le caratteristiche pregnanti della creatività di Giancarlo Ferruggia.

Dal fervore delle sue mani ci vengono restituite, dense di significato, sfocate immagini di quei sogni sommersi dal quotidiano esistere, lasciandoci sempre in attesa di nuovi raffinati contenuti.

In questo suo appassionato iter artistico il Ferruggia non nega niente di se all'arte; i suoi spazi di luce diventano solenni riflessi d'avorio, piccole lune, fili di stelle e di perle attorno alle figure femminili da lui rappresentate assumono la stessa importanza di quest'ultime, per poi conferire maggiore armonia e pregio all'insieme dei dipinti.

Il fascino, la raffinatezza, l'incantamento affiorano da queste sue opere come un turbine pur sempre celato da un sottile e discreto uso dei colori.

Il voluto utilizzo di una gamma cromatica molto ridotta,  in alcune sue tele, non ne limita la sensualità femminile ma serve a rappresentare, romanticamente, i suoi soggetti che pare restino solo preludio di passioni imprendibili di un passato, malinconico, struggente, inquieto ma complice nel suggerire sensazioni di desideri esclusivi ancora inappagati.

Un'artista romantico, e la sua è una dimensione sublime. Le sue tele sono doni che elevano il senso di esistere, le superfici, la materia: Terre colorate, diventano trasparenza di luce riflessa che penetra in profondità per schiudersi in magia di quanti offrono lo sguardo.  

L'artista sembra percepisca l'intimo sentire dell'osservatore delle sue opere, in cui l'io non si accontenta di un ruolo passivo, marginale, in tal modo elargisce. con i suoi colori emozioni imprevedibili che lo rendono vulnerabile per questo suo  mostrare, nella pittura, un eccesso di sentimentalismo, ricco di pulsazioni, di desideri inconsci e riuscendo comunque a dominare la scena in quanto interprete di questi sogni.

L'arte come l'amore, non ha bisogno di  giustificazioni.

Giancarlo Ferruggia dipinge da "innamorato" concedendo tutto ai suoi paesaggi toscani, dove la realtà sembra generare nuovi significati emozionali fortemente evocativi, tali da permettere all'osservatore attento di trarre qualcosa di infinitamente suo il soffio di un bacio...timide speranze... per poi essere rapito da quell'alchimia di colori rubati a quelle ginestre appena fiorite e sentire, ancora sulla sua pelle, come una carezza, di quella primavera  ormai lontana.               

 
        Siracusa.28-09-12                                                  Brunella Mallia
                                                                    Poetessa,pittrice,scrittrice

 

L’universo onirico di Giancarlo Ferruggia

 

La Bovary di Giancarlo Ferruggia è un esempio particolarissimo di come l’eroina flaubertiana risulti porosa alle contaminazioni di chi si accosta al suo universo e per converso di quanto il suo volto e i suoi tratti, pur modellandosi sul gusto estetico di chi nel suo universo l’accoglie, mantenga poi una sua riconoscibilità, la sua vitalità sotterranea. Su di lei Ferruggia ritorna più volte, riuscendo a cogliere ogni volta sfaccettature diverse della sua sfuggente personalità. L’Emma evocata nella pittura di Ferruggia è una giovane donna del Novecento, sebbene sembri uscita da una tela impressionista. Il suo profilo a volte si staglia nitido nell’indefinito di uno sfondo dalle tinte pallide e evanescenti; altre volte un sofisticato cappellino a falde larghe le incornicia il viso, delineandolo con concreta purezza. Il suo sguardo è sempre rivolto verso un altrove, forse verso l’effimero delle sue fantasticherie. I colori che l’artista sceglie per raffigurarla variano dal rosa, all’azzurro tenue, al madreperlaceo, fino all’utilizzo di un nero sensuale e ricercato. Colore quest’ultimo che domina incontrastato, per esempio, in un bellissimo mezzo busto (Abito nero, 1994) realizzato su un’unica tonalità, dal cappello, al nastrino intorno al collo, al vestito. Sono segni di un’eleganza al tempo stesso seduttiva e seducente, proprio come quel costume d’amazzone scelto dall’eroina per la cavalcata nel bosco con Rodolphe, il cui strascico sollevato per non inciampare, lascia intravedere tra il nero del vestito e dello stivaletto una calza bianca che Rodolphe percepisce come «qualcosa della sue nudità». Unico altro colore presente nel quadro, e che fa da felice contrasto al primo, un incarnato pallido reso ancor più pallido dall’artificio del fard sulle guance. L’immagine sembra quasi una di quelle vecchie fotografie in bianco e nero quando la borghesia dell’Ottocento si metteva in posa per farsi ritrarre e dove le figure, dati i lunghi tempi di esecuzione, risultavano non messe a fuoco, con quell’effetto di mosso che tanto colpirà l’immaginario dei pittori impressionisti. Nella pittura di Giancarlo Ferruggia le tonalità flou sono sempre presenti; una peculiarità questa che, coniugata a una tecnica granulare fatta di terre, ossidi e cromi, infonde ai suoi dipinti, o meglio ai suoi “affreschi”, un tratto singolare dove il riconoscibile si fonde e si confonde con il non immediatamente visibile. A volte la calma dello sguardo cela un’inquietudine, uno smarrimento, altre volte esso si intravede nitido dietro la trasparenza opaca di un vetro, che dovrebbe invece velarlo (Al di là dei vetri, 2010). La sovrapposizione è infatti una delle tecniche preferite dall’artista tanto da diventare legittima la domanda, ma è proprio Emma quella che Giancarlo Ferruggia ha raffigurato o sono i tratti di qualcun’altra? Esemplificativo in tal senso uno dei pochi dipinti dove Emma è ritratta di prospetto (Ossessivamente, 2001). Colpiscono al primo impatto il colore oliva degli occhi che richiamano quelli  color «stagno» delle donne orientali più volte contemplati da Flaubert durante il suo viaggio in quei paesi lontani, che «roteano come ruote che girano», l’ellisse non definita che ne riprende il movimento metaforico, riproponendosi essa stessa come una pupilla. Un raddoppiamento che imprime agli occhi un vorticoso movimento che sovrappone il viso di un’altra eroina flaubertina, la cartaginese Salammbô a quello di Emma Bovary.

Una nuova opera si aggiunge oggi a questo variegato universo che rilegge, rimodellandola ripetutamente, l’eroina del romanzo: una particolarissima Emma al ballo della Vaubyessard (Al ballo, 2010). Quasi tutti gli artisti che hanno interpretato questo episodio hanno ritratto Emma nel momento in cui volteggia con un abito sontuoso insieme al visconte, colta dalla vertigine nel sentirsi catapultata in un mondo a lei in realtà estraneo. Giancarlo Ferruggia ha preferito invece ritrarla nel momento del suo ingresso al castello quando viene presentata alla marchesa di Andervilliers. Le due donne sono una di fronte all’altra, come due mondi a confronto: Emma in abito azzurro, con un viso dolce e pieno di aspettative, ma anche velato di tristezza, offre la sua impalpabile trasparenza e la sua bellezza; l’altra donna con un viso appena abbozzato guarda in basso in modo distacco. Non succede così nel romanzo; in realtà, conformandosi all’etichetta della classe aristocratica, l’ospitalità della marchesa e del mondo che la circonda è all’apparenza cordiale, salvo poi a rivelarsi inautentica nel momento in cui Emma attende invano un secondo invito al castello. Qui Giancarlo Ferruggia ha voluto condensare e sovrapporre in una sola scena i due momenti secondo un procedimento tipico del sogno, con un contrasto irriducibile, altrimenti non raffigurabile, di accoglienza e di rifiuto. Elementi questi che non rimangono isolati nella composizione del quadro. L’Emma ridisegnata da Ferruggia non indossa l’abito color zafferano pallido del romanzo e non ha appuntata tra i capelli una rosa con finte gocce d’acqua sull’orlo dei petali, dettaglio questo non secondario. Il suo vestito è di un azzurro trasparente (paragonabile a quello dell’acquamarina) che rende la sua bellezza innocente, ma molto seducente. I capelli annodati sulla nuca sono tenuti da un nastrino dello stesso colore. Sembrerebbe quasi che l’artista abbia voluto qui trasferire, grazie alla dominante monocromatica del vestito e degli accessori, la particolarità di un colore che accompagna Emma per tutto il romanzo, dal vestito di lana merino che indossa al suo primo incontro con Charles, al velo azzurro che scivola via dal suo cappello prima del suo abbandonarsi ad un amore adultero, alla toilette scelta per assistere alla Lucia di Lamermoor a Rouen, poco prima di diventare l’amante di Léon, fino al colore della bottiglia d’arsenico con cui metterà fine alla sua esistenza. Anche la donna che le è di fronte offre dettagli interessanti in tal senso. Il suo volto è volutamente non govane e non bello come quello di Emma ed è appena abbozzato. Subito lo si associa alla marchesa d’Andervilliers che, secondo la descrizione di Flaubert, è una donna sui quarant’anni, belle spalle, il naso ricurvo con un semplice fisciù di merletto fissato sui capelli, che le ricade dietro a triangolo. Ma il suo corpo giovane e seducente, che si delinea dietro le trasparenze del vestito bianco, non può non richiamare alla mente un’altra figura enigmatica di quello stesso episodio: la giovane donna che nel romanzo “cattura” le attenzioni del visconte portandolo via a Emma ancora stordita dall’emozione del valzer appena concluso. I loro sguardi non si incrociano, quello di Emma è rivolto verso quell’altrove delle sue fantasticherie, elemento, come si è visto, sempre presente nella rilettura flaubertiana di Giancarlo Ferruggia; quello dell’altra donna è, come si è visto, rivolto verso il basso. E neanche gli sguardi delle figure che stanno in secondo piano sono rivolti verso Emma. Tutti sembrano convogliarsi verso la dama in bianco, tutti forse eccetto il primo a sinistra che sembrerebbe guardare in direzione di Emma. Si tratta forse di Charles? E gli altri chi rappresentano? Gli invitati al ballo? Gli sguardi concentrati sulla padrona di casa e l’atto di stringersi intorno a lei lo farebbero supporre. Ma nessuna eleganza traspare dai loro vestiti; impossibile per un mondo dove tutto trasuda, così come ce lo descrive Flaubert nel romanzo, ricchezza e ostentata sobrietà, dalla tavola imbandita all’incarnato stesso degli invitati. Una doppia immagine si sovrappone così all’indeterminatezza della prima e dietro a questo gruppo dai volti non definiti se ne intravedono in filigrana altri: i contadini che all’infrangersi dei vetri appaiono allo sguardo di Emma come fantasmi di una realtà che lei aveva cancellato momentaneamente dalla sua mente. Un mondo rurale, lo stesso che cadenzava le giornate della sua giovinezza, riaffiora qui e si sedimenta sull’altro, per lei ben più accattivante. È dunque con grande maestria che Giancarlo Ferruggia, sovrapponendo toni su toni, sfumando volti e delineandone altri più concretamente, ha costruito questa scena, riproponendo una lettura del romanzo ritmata su una dimensione onirica sulla quale egli apre uno squarcio di con

creta realtà. Ma c’è un surplus estetico che si aggiunge a questa sua consapevole e attenta lettura del capolavoro di Flaubert: la sua personale sensibilità che, con delicatezza e nitidezza, delinea i tratti di questa fragile creatura dove sembrano ormai essere scomparsi i toni sofisticati delle sue precedenti raffigurazioni, per restituirli all’incanto di una dimensione propria della sua primissima giovinezza non contaminata ancora dalla disillusione, nella quale si sovrappongono aspettative, dolcezza, e innocenza. Dal silenzio della tela, Emma sembra guardarlo e ringraziarlo.  

                                                                                                                                                                              

 

 

   

 

 

Proff. Bruna Donatelli

 

Roma, settembre 2010

 

 

                                                                                                              

                ( Università Roma tre)  

                                                                                              

Sull'eco di passi leggeri

La mostra permanente, aperta all Enocoteca Pontevecchio in Corso Tintori a Firenze da aprile 2007, è un compendio delle tematiche che muovono l'immagine del noto pittore Giancarlo Ferruggia: e le sue piazze in scorci quieti, ansiosa memoria nei volti di donna e fiori morbidi, pensosi come un sogno o desiderio di un sogno che trasmigra in uno sguardo divenuto languore.

I volti femminili,come ninfee sbocciate di stupore, occhieggiano la nostalgia di remotissimi passi. Il profilo di Emma Bovary emerge puro, nell'incanto d'un arco dove foglie minute risvegliano il giorno.

L'aria è tersa,ogni rumore si ferma ad ascoltare il silenzio. 

Ed ancora figure,in questo scritto che ho titolato "Sull'eco di passi leggeri" per la candida bellezza  che amana dai quadri di Giancarlo Ferruggia; tele di memoria e nostalgia, una poesia che arriva silenziosa, si appropria di noi, in un comune sentire. Ricordo anche il titolo del suo quadro, appunto, "Silenziosa poesia": un profumo di donna, un colore leggero, il bianco si sfuma di rosa,interpreta voci discrete, passi attutiti, un mondo filtrato dove i desideri  smarriscono l'immaginario e seducono le ciglia. La natura, ancora una volta sorprende l'artista  in arabeschi di fogle, piccoli fiori che verrebbe voglia di raccogliere per deporre dentro un libro e guardare ogni tanto con dolcezza. Amore e Psiche parlano, sottovoce. La favola di Apuletocontinua, basta fermarsi a guardare ed ascoltare piano.                                                                                                                                                  Per apprezzare al meglio la pittura di Giancarlo Ferruggia non ci vuole fretta, è necessario appunto, arrestarsi, aspettare, lasciarsi cullare dall'atmosfera che echeggia, come una musica che arriva da lontano, un respiro, una mano che sfiora. Osservo un pellegrinare pigro,incantata dai quadri e dall'ambiente che li ospita . Ora Piazza Santo Spirito si è coperta di neve: un paesaggio insolito, come il mattino che si sveglia lento, sbadiglia un fiocco bianco e addormenta ancorale cose. Tutto si ferma, tutto è sogno, come dicevo prima, desiderio di sogno.Elizabeth Barrett ci guarda dalla tela la tesa del suo cappello è un invito,il volto un sospiro lento, i colori sono ancora morbidi, le sue parole un bisbiglio ad un'amica che sta leggendo i suoi versi ?         La pittura di Ferruggia evoca e seduce.  La luce è soffio e incantesimo.  I luoghi un brivido sottile

Emma ed Elizabeth, vicine-lontane, ci guardano assorte.  Il tempo è una porta socchiusa . Illusione discreta.

Giacomo Leopardi scriveva: "Pare  un assurdo, eppure è esattamente vero, che tutto il reale essendo un nulla, non v'è altro di reale, nè altro di sostanza al mondo che le illusioni".

Eppure mi piace pensare che nelle illusioni discrete  dell'amico Ferruggia si levi un canto d'amore, quasi una preghiera. 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               Firenze 25agosto 2007                     

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

     Testi critici / Critical Tex

                                                                                                                                                        Roberta Degl'Innocenti                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

 

Difficile percepire qualcosa di più immaginifico, sognato e dolcemente malinconico delle percezioni scaturite dai dipinti che troviamo alla mostra Trivisione, presso Villa Vogel, nella quale è presente il pittore Giancarlo Ferruggia.
Colori tenuti, pacati, ci accarezzano lo sguardo, lo lasciano illanguidire nella dimensione del sogno, appunto, della memoria perduta, o solo dimenticata, nei cieli d’un rosa che dona atmosfere rarefatte, magiche.
I paesaggi d’una Firenze distratta sono come sospesi fuori dal tempo e dallo spazio: forse esistono in un’entità che risulta essere la nostra, il nostro desiderio, magari nascosto, magari filtrato dal sentimento della nostalgia che preme sul respiro.
E poi queste figure, volti di donna rivelati col pudore che risolve lo sguardo in trasalimenti, mentre i fiori fanno da cornice o da sfondo alle immagini.
Donne di sogno e di memoria, come i paesaggi, quasi una fuga dalla realtà, e  nella luce flebile che sfuma i contorni: sponde lontane, alberi come filari, gli uni accanto agli altri.
Leggo il titolo d’un quadro: “Silenziosa poesia”.
Come si può non pensare alla magia del verso, all’incanto delle parole? Una condivisione che sposa molto bene l’intento del pittore.
Guardo un profilo femminile, smarrito nel bianco dai toni sbiaditi: ciò che si può spiegare o lasciare al caso come parole che si cercano, si rincorrono, s’immaginano.
Ancora vorrei dire: si può provare a dipingere un sussurro?
Sembrerebbe impossibile sulla tela, eppure Ferruggia l’ha fatto con colori leggeri, quasi impalpabili, con la poesia che occhieggia ancora, indulgente, e si impadronisce di noi, a guardare o gustare certi dipinti dei quali è godibile anche il titolo: “Parlando sottovoce”.
Infatti non si può gridare, ma solo ascoltare il silenzio, frantumare l’attimo, fermare il tempo.
Per questo, e non solo, ho intitolato il mio breve commento: “In punta di piedi”. La pittura di Giancarlo Ferruggia ha questa e molte altre chiavi di lettura: guardare nel silenzio e lasciarsi cullare, trasportare con dolcezza, socchiudere gli occhi e poi riaprirli per andare oltre, oltre l’immagine che vediamo sulla tela in quel mondo onirico dove tutto è possibile, oltrepassando la barriera del tempo.

Roberta Degl'Innocenti
(Firenze, 2004)

Nel complicato mondo dell’arte sicuramente Giancarlo Ferruggia recita un ruolo più che personale. Né mi rifarei ad esempi che,ne sono certo, poco chiarirebbero alla ricerca di una spiegazione del suo modo di esprimersi, che nell’apparente socievolezza dell’immagine, cela segreti nascondigli; labirinti più che della memoria di un introverso modo di convivere con il reale giornaliero,anzi quasi con insistenza a sfuggirne. Ed ecco persone e architetture che paiono cercare evasione, attraverso forme in apparenza indistinte, ma -poi nella ricerca- dalle aperte epifanie. Ed è infatti come se l’artista abbia cercato un filtro, per evadere, e poi pentito provvedesse al dono. Che è quello per cui lo spettatore si guadagna un perdurante spazio in cui poter riflettere. Ed è allora che la storia dipinta conquista persino una sua palpabile dimensione. Nel reale al quale, inizialmente, era sembrata rifiutare. Questa è la pittura del Ferruggia: inquieta nella quiete; serena nell’inserenità.

Marcello Vannucci
(Firenze, 2001)

 

Silenzioso e schivo, Giancarlo Ferruggia rivive spesso gli aspetti di una Firenze raffigurata nelle sue visioni più fedeli all’iconografia romantica; e ne ripropone con accenti moderni di segno e di colore, espressi in soluzioni formali ricercate fra realtà e immaginario, i momenti più cari alla rappresentazione ottocentesca o primi-di-secolo. Sono in effetti gli episodi che, in certo senso, meglio corrispondono all’indole del pittore per sua natura trasportato a rivisitare poeticamente le aree culturali che, inarrivabili per forza di cose, ne hanno suggestionato la memoria colma dei ricordi dell’adolescenza. Nelle figure, poi, qualche inserto decorativo che inquadri le immagini ed esalti le radici di una cultura artistica ancora in formazione, rievoca l’istintuale ricorso all’area postklimtiana; quasi a ricercare una ragione realmente sentita all’esistere di quel suo ricorso al volto umano, fedele seppur nebuloso.

Un’antologia dell’opera di Ferruggia può mostrare il travaglio di questa pittura che nelle prime battute sembra scusarsi col destinatario prima ancora di mostrarsi; così come, immediatamente dopo, ricerca situazioni protettive dietro reticoli che ne salvaguardino il pudore; per liberarsi infine di tante remore onde affrontare la realtà con segni più consapevoli, con cromie variegate. E sono questi colori, ancora -e saggiamente- adombranti nel pallore della loro "infanzia" lungo il processo di ricerca, a provocare con i momenti timbrici più felici le piacevoli armonie di cui l’invenzione di Ferruggia si alimenta per fare poesia.

E su questo percorso, non sempre facile perché invocato a registrare l’evoluzione dell’espressione linguistica senza aver l’aria di favorirne apertamente i tentativi, è su questo itinerario -dicevo- che va ampliandosi in modo sorprendente l’immaginario dell’artista. Lo rivela la progressiva assimilazione di fatti mentali che oggi spaziano in aree dapprima inesplorate e promettono più accurate ricerche nella tecnica che già suggerisce supporti efficaci alle nuove espressioni. Potrei dire che Ferruggia ha ormai spiccato il volo nell’immensità dello spazio in cui da millenni l’arte vive la sua eterna stagione; e non sarebbe un azzardo affermarlo. Ma sono sicuro che gli farei del male perché questo pittore semplice e genuino non avverte il bisogno di complicità critiche per precedere nel suo cammino solitario. Anzi le ricusa. Come un poeta che ama rifugiarsi nella solitudine perché il pensiero si converta alle cadenze ritmiche del verso, Ferruggia cerca nella quiete della memoria le "parole" per il suo linguaggio. E lui solo sa valutarle in funzione di quanto richiede quel suo misterioso racconto.

                                                                                                                                                                Tommaso Paloscia Firenze 1994

 

La poesia (e quindi l’arte) non riproduce il vero, "perché il vero... non fu mai bello". Il vero è sommamente impoetico. Così pensava il Leopardi. La poesia sta per lui in un vago e indefinito che esula dalla concreta realtà e dalla sua restituzione estetica, cioè dal realismo. Tuttavia non sconfina nell’indistinto e nell’informale. L’idea si attaglia alla pittura di Ferruggia che a buon motivo ama la poesia del grande recanatese. La stessa scelta degli strumenti tecnici allontana in -gran parte il suo dettato dall’usualità odierna, rimandando al costume delle botteghe di un tempo. Solo lo spruzzo con qualche ritocco a pennello ricorda l’uso moderno.

Da questo strumentario escono immagini suggestive, sottilmente palpitanti; appaiono come velate, filtrate da un setto che non ne annulla il profilo, la sagoma, insomma la fisionomia, ma la dispone in zona ottica e psicologica sospesa come in un aldilà. Trasmettendo dell’oggetto la sostanza ineffabile, la tenue magia. Per questo non è improprio definire romantica una simile pittura, aliena chiaramente dalla ragione che definisce e circoscrive. E il sentimento che opera: evoca, scorporizza, si materializza, lasciandoci delle figure e delle forme lo spirito, la carica emozionale; con un’intonazione cara a certi pittori romantici inglesi e da noi amata dagli artisti del terzo romanticismo. Sia pure con diversità di mezzi e di metodi rivive nelle immagini di Ferruggia quel sentimento che non fu solo dei Romantici storici, ma è sempre vivo nell’uomo, quasi una categoria dello spirito. Un timbro particolarmente riemergente oggi, dopo lo sperimentalismo programmato dell’arte contemporanea, assolutamente antitetico a tale modo di immaginare e di eseguire. Fiori, chiese, prospetti di paesi suonano come visioni, apparizioni campite in un tempo remoto, in un silenzio profondo, con gli echi ovattati della memoria e del sogno.

                                                                                                                                                                           Elvio Natali Firenze 1993

 

Oggi tanta parte della pittura contemporanea, forse la più avvertita ed anche la più sincera, predilige il recupero dei sentimenti. Così i dipinti di Giancarlo Ferruggia si collocano su questo percorso. La sua ricerca è da alcuni anni approdata alla pittura di contenuti: ecco i suoi volti di donne che animano scorci di paesaggi fiorentini o esterni verdi, filtrati dalla memoria, trasognati attraverso la patina del tempo. Giancarlo Ferruggia ha ottenuto importanti consensi, per un verso da parte della critica e per un altro da parte del pubblico. Nel mondo c’è ancora tanto bisogno di purezza e di romanticismo e lui sa ben esprimere questi valori.

Una velatura crepuscolare, tipica dei suoi quadri, accenna che i ricordi sono soltanto struggenti illusioni.

Roberto Cellini
Presidente del Centro Arte Modigliani
Scandicci

 

Ho scoperto ed apprezzato il Pittore Giancarlo Ferruggia in occasione di una mostra di artisti contemporanei perché in mezzo a tante forme "astratte" il suo quadro sembrava "fuori posto" per la sua comprensibilità e chiarezza.

La scoperta è stata piacevolissima...

Le sue tele sono "discrete" quasi temano di essere troppo notate. È invece questa discrezione che le rende quanto mai vive e soffusamente misteriose, vuole farti intuire e forse non scoprire i sentimenti che guidano la sua mano. La scelta dei colori, sempre caldi ed autunnali, è guidata da un sentimento che contagia gli occhi ed il cuore dell’attento osservatore.

Con i granelli delle sue terre ci regala immagini filtrate che raccontano la timidezza, l’onestà e la poesia che albergano nel loro

 creatore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                              Febbraio 1992 Anonimo.

 

"Una serie di immagini... la pittura di Giancarlo Ferruggia vive la sua costante iconografia in fase di memoria dove il paesaggio osservato con amore trova un’area di archivio e attende l’ora propizia per tornare alla ribalta di queste tele, e sono tele impreziosite dalla tecnica granulare... È un pittore che rifiuta l’aneddoto.

Ed è un pregio notevole che si incastona nella semplicità... mette alla prova i fatti emozionali che tanta parte hanno nel suo

 lavoro quotidiano... filtrandoli come per un magico sacrificio delle passioni ... "                                      Tommaso Paloscia  Firenze 1993

 

"Giancarlo Ferruggia sa trasferire sulla tela le vibrazioni del proprio spirito... creandosi un linguaggio fitto di visione delicate quasi di sogno"

Giorgio Bubbi

 

"...dove le libere interpretazioni soggettive si concludono con una fusione equilibrata di tenui colori... "

Sergio Bartolini
(da Eco d’Arte)

 

"La pittura del Ferruggia ha radici profonde nella poesia intesa come prima causa della realizzazione dell’opera: paesaggi evanescenti, dove puoi stabilire un rapporto fra fantastico e reale a dimensione tutta umana; ricerca di un mondo che ancora esiste e potrebbe essere conservato, ma che la disperazione dell’uomo d’oggi, inscatolato nel cemento, in parte ignora in parte contribuisce al suo disfacimento. Va subito detto che nel Ferruggia non c’è la pedanteria dell’ecologista alla moda, ma un ripasso di memoria e di affetti per una natura vista dall’angolo del sentimento. Trasparenze di colori, rarefazioni, lettura della realtà esterna come dialogo con una natura individuata in uno dei suoi infiniti modi di essere; questa pittura, in apparenza priva di temi e di impegno intesi nel modo corrente, ha una sua particolare forza poetica, capace di affascinare ancora chi non ha inteso barattare la propria identità umana".

Senzio Mazza

 

"... nelle sue tele c’è qualcosa di intimo, ... pensieri frasi cariche di mistero che con timido pudore libera dal suo io... ".

Gelsomina Cariello
(giornalista)

(Rassegna Stampa)
(Press Review)