Testi critici / Critical Texts: 

 

 

 

 

 

Difficile percepire qualcosa di più immaginifico, sognato e dolcemente malinconico delle percezioni scaturite dai dipinti che troviamo alla mostra Trivisione, presso Villa Vogel, nella quale è presente il pittore Giancarlo Ferruggia.
Colori tenuti, pacati, ci accarezzano lo sguardo, lo lasciano illanguidire nella dimensione del sogno, appunto, della memoria perduta, o solo dimenticata, nei cieli d’un rosa che dona atmosfere rarefatte, magiche.
I paesaggi d’una Firenze distratta sono come sospesi fuori dal tempo e dallo spazio: forse esistono in un’entità che risulta essere la nostra, il nostro desiderio, magari nascosto, magari filtrato dal sentimento della nostalgia che preme sul respiro.
E poi queste figure, volti di donna rivelati col pudore che risolve lo sguardo in trasalimenti, mentre i fiori fanno da cornice o da sfondo alle immagini.
Donne di sogno e di memoria, come i paesaggi, quasi una fuga dalla realtà, e  nella luce flebile che sfuma i contorni: sponde lontane, alberi come filari, gli uni accanto agli altri.
Leggo il titolo d’un quadro: “Silenziosa poesia”.
Come si può non pensare alla magia del verso, all’incanto delle parole? Una condivisione che sposa molto bene l’intento del pittore.
Guardo un profilo femminile, smarrito nel bianco dai toni sbiaditi: ciò che si può spiegare o lasciare al caso come parole che si cercano, si rincorrono, s’immaginano.
Ancora vorrei dire: si può provare a dipingere un sussurro?
Sembrerebbe impossibile sulla tela, eppure Ferruggia l’ha fatto con colori leggeri, quasi impalpabili, con la poesia che occhieggia ancora, indulgente, e si impadronisce di noi, a guardare o gustare certi dipinti dei quali è godibile anche il titolo: “Parlando sottovoce”.
Infatti non si può gridare, ma solo ascoltare il silenzio, frantumare l’attimo, fermare il tempo.
Per questo, e non solo, ho intitolato il mio breve commento: “In punta di piedi”. La pittura di Giancarlo Ferruggia ha questa e molte altre chiavi di lettura: guardare nel silenzio e lasciarsi cullare, trasportare con dolcezza, socchiudere gli occhi e poi riaprirli per andare oltre, oltre l’immagine che vediamo sulla tela in quel mondo onirico dove tutto è possibile, oltrepassando la barriera del tempo.

Roberta Degl'Innocenti
(Firenze, 2004)

Nel complicato mondo dell’arte sicuramente Giancarlo Ferruggia recita un ruolo più che personale. Né mi rifarei ad esempi che,ne sono certo, poco chiarirebbero alla ricerca di una spiegazione del suo modo di esprimersi, che nell’apparente socievolezza dell’immagine, cela segreti nascondigli; labirinti più che della memoria di un introverso modo di convivere con il reale giornaliero,anzi quasi con insistenza a sfuggirne. Ed ecco persone e architetture che paiono cercare evasione, attraverso forme in apparenza indistinte, ma -poi nella ricerca- dalle aperte epifanie. Ed è infatti come se l’artista abbia cercato un filtro, per evadere, e poi pentito provvedesse al dono. Che è quello per cui lo spettatore si guadagna un perdurante spazio in cui poter riflettere. Ed è allora che la storia dipinta conquista persino una sua palpabile dimensione. Nel reale al quale, inizialmente, era sembrata rifiutare. Questa è la pittura del Ferruggia: inquieta nella quiete; serena nell’inserenità.

Marcello Vannucci
(Firenze, 2001)

 

Silenzioso e schivo, Giancarlo Ferruggia rivive spesso gli aspetti di una Firenze raffigurata nelle sue visioni più fedeli all’iconografia romantica; e ne ripropone con accenti moderni di segno e di colore, espressi in soluzioni formali ricercate fra realtà e immaginario, i momenti più cari alla rappresentazione ottocentesca o primi-di-secolo. Sono in effetti gli episodi che, in certo senso, meglio corrispondono all’indole del pittore per sua natura trasportato a rivisitare poeticamente le aree culturali che, inarrivabili per forza di cose, ne hanno suggestionato la memoria colma dei ricordi dell’adolescenza. Nelle figure, poi, qualche inserto decorativo che inquadri le immagini ed esalti le radici di una cultura artistica ancora in formazione, rievoca l’istintuale ricorso all’area postklimtiana; quasi a ricercare una ragione realmente sentita all’esistere di quel suo ricorso al volto umano, fedele seppur nebuloso.

Un’antologia dell’opera di Ferruggia può mostrare il travaglio di questa pittura che nelle prime battute sembra scusarsi col destinatario prima ancora di mostrarsi; così come, immediatamente dopo, ricerca situazioni protettive dietro reticoli che ne salvaguardino il pudore; per liberarsi infine di tante remore onde affrontare la realtà con segni più consapevoli, con cromie variegate. E sono questi colori, ancora -e saggiamente- adombranti nel pallore della loro "infanzia" lungo il processo di ricerca, a provocare con i momenti timbrici più felici le piacevoli armonie di cui l’invenzione di Ferruggia si alimenta per fare poesia.

E su questo percorso, non sempre facile perché invocato a registrare l’evoluzione dell’espressione linguistica senza aver l’aria di favorirne apertamente i tentativi, è su questo itinerario -dicevo- che va ampliandosi in modo sorprendente l’immaginario dell’artista. Lo rivela la progressiva assimilazione di fatti mentali che oggi spaziano in aree dapprima inesplorate e promettono più accurate ricerche nella tecnica che già suggerisce supporti efficaci alle nuove espressioni. Potrei dire che Ferruggia ha ormai spiccato il volo nell’immensità dello spazio in cui da millenni l’arte vive la sua eterna stagione; e non sarebbe un azzardo affermarlo. Ma sono sicuro che gli farei del male perché questo pittore semplice e genuino non avverte il bisogno di complicità critiche per precedere nel suo cammino solitario. Anzi le ricusa. Come un poeta che ama rifugiarsi nella solitudine perché il pensiero si converta alle cadenze ritmiche del verso, Ferruggia cerca nella quiete della memoria le "parole" per il suo linguaggio. E lui solo sa valutarle in funzione di quanto richiede quel suo misterioso racconto.

                                                                                                                                                                Tommaso Paloscia Firenze 1994

 

La poesia (e quindi l’arte) non riproduce il vero, "perché il vero... non fu mai bello". Il vero è sommamente impoetico. Così pensava il Leopardi. La poesia sta per lui in un vago e indefinito che esula dalla concreta realtà e dalla sua restituzione estetica, cioè dal realismo. Tuttavia non sconfina nell’indistinto e nell’informale. L’idea si attaglia alla pittura di Ferruggia che a buon motivo ama la poesia del grande recanatese. La stessa scelta degli strumenti tecnici allontana in -gran parte il suo dettato dall’usualità odierna, rimandando al costume delle botteghe di un tempo. Solo lo spruzzo con qualche ritocco a pennello ricorda l’uso moderno.

Da questo strumentario escono immagini suggestive, sottilmente palpitanti; appaiono come velate, filtrate da un setto che non ne annulla il profilo, la sagoma, insomma la fisionomia, ma la dispone in zona ottica e psicologica sospesa come in un aldilà. Trasmettendo dell’oggetto la sostanza ineffabile, la tenue magia. Per questo non è improprio definire romantica una simile pittura, aliena chiaramente dalla ragione che definisce e circoscrive. E il sentimento che opera: evoca, scorporizza, si materializza, lasciandoci delle figure e delle forme lo spirito, la carica emozionale; con un’intonazione cara a certi pittori romantici inglesi e da noi amata dagli artisti del terzo romanticismo. Sia pure con diversità di mezzi e di metodi rivive nelle immagini di Ferruggia quel sentimento che non fu solo dei Romantici storici, ma è sempre vivo nell’uomo, quasi una categoria dello spirito. Un timbro particolarmente riemergente oggi, dopo lo sperimentalismo programmato dell’arte contemporanea, assolutamente antitetico a tale modo di immaginare e di eseguire. Fiori, chiese, prospetti di paesi suonano come visioni, apparizioni campite in un tempo remoto, in un silenzio profondo, con gli echi ovattati della memoria e del sogno.

                                                                                                                                                                           Elvio Natali Firenze 1993

 

Oggi tanta parte della pittura contemporanea, forse la più avvertita ed anche la più sincera, predilige il recupero dei sentimenti. Così i dipinti di Giancarlo Ferruggia si collocano su questo percorso. La sua ricerca è da alcuni anni approdata alla pittura di contenuti: ecco i suoi volti di donne che animano scorci di paesaggi fiorentini o esterni verdi, filtrati dalla memoria, trasognati attraverso la patina del tempo. Giancarlo Ferruggia ha ottenuto importanti consensi, per un verso da parte della critica e per un altro da parte del pubblico. Nel mondo c’è ancora tanto bisogno di purezza e di romanticismo e lui sa ben esprimere questi valori.

Una velatura crepuscolare, tipica dei suoi quadri, accenna che i ricordi sono soltanto struggenti illusioni.

Roberto Cellini
Presidente del Centro Arte Modigliani
Scandicci

 

Ho scoperto ed apprezzato il Pittore Giancarlo Ferruggia in occasione di una mostra di artisti contemporanei perché in mezzo a tante forme "astratte" il suo quadro sembrava "fuori posto" per la sua comprensibilità e chiarezza.

La scoperta è stata piacevolissima...

Le sue tele sono "discrete" quasi temano di essere troppo notate. È invece questa discrezione che le rende quanto mai vive e soffusamente misteriose, vuole farti intuire e forse non scoprire i sentimenti che guidano la sua mano. La scelta dei colori, sempre caldi ed autunnali, è guidata da un sentimento che contagia gli occhi ed il cuore dell’attento osservatore.

Con i granelli delle sue terre ci regala immagini filtrate che raccontano la timidezza, l’onestà e la poesia che albergano nel loro

 creatore.                                                                                                                                               Francesca Piccione                                                                                                                                                                 Firenze Febbraio 1992

 

"Una serie di immagini... la pittura di Giancarlo Ferruggia vive la sua costante iconografia in fase di memoria dove il paesaggio osservato con amore trova un’area di archivio e attende l’ora propizia per tornare alla ribalta di queste tele, e sono tele impreziosite dalla tecnica granulare... È un pittore che rifiuta l’aneddoto.

Ed è un pregio notevole che si incastona nella semplicità... mette alla prova i fatti emozionali che tanta parte hanno nel suo

 lavoro quotidiano... filtrandoli come per un magico sacrificio delle passioni ... "                                      Tommaso Paloscia  Firenze 1993

 

"Giancarlo Ferruggia sa trasferire sulla tela le vibrazioni del proprio spirito... creandosi un linguaggio fitto di visione delicate quasi di sogno"

Giorgio Bubbi

 

"...dove le libere interpretazioni soggettive si concludono con una fusione equilibrata di tenui colori... "

Sergio Bartolini
(da Eco d’Arte)

 

"La pittura del Ferruggia ha radici profonde nella poesia intesa come prima causa della realizzazione dell’opera: paesaggi evanescenti, dove puoi stabilire un rapporto fra fantastico e reale a dimensione tutta umana; ricerca di un mondo che ancora esiste e potrebbe essere conservato, ma che la disperazione dell’uomo d’oggi, inscatolato nel cemento, in parte ignora in parte contribuisce al suo disfacimento. Va subito detto che nel Ferruggia non c’è la pedanteria dell’ecologista alla moda, ma un ripasso di memoria e di affetti per una natura vista dall’angolo del sentimento. Trasparenze di colori, rarefazioni, lettura della realtà esterna come dialogo con una natura individuata in uno dei suoi infiniti modi di essere; questa pittura, in apparenza priva di temi e di impegno intesi nel modo corrente, ha una sua particolare forza poetica, capace di affascinare ancora chi non ha inteso barattare la propria identità umana".

Senzio Mazza

 

"... nelle sue tele c’è qualcosa di intimo, ... pensieri frasi cariche di mistero che con timido pudore libera dal suo io... ".

Gelsomina Cariello
(giornalista)

(Rassegna Stampa)
(Press Review)